Ogni anno il WWDC è il mio piccolo capodanno tech. La guardo con la stessa miscela di curiosità e scetticismo con cui uno apre i regali sotto l’albero sapendo già, più o meno, cosa c’è dentro. Quest’anno però c’era un appuntamento che aspettavamo da due anni — Siri — e un’uscita di scena che ha dato a tutta la serata un retrogusto da fine di un’epoca: l’ultimo keynote di Tim Cook da CEO. Mi sono preso il tempo di metabolizzarla prima di scrivere, perché tra l’hype delle dirette e la realtà di ciò che useremo davvero (soprattutto da questa parte dell’Atlantico) c’è di mezzo un mare. Ecco il mio riassunto ragionato, con qualche opinione non richiesta.


Il contesto: “All systems glow”

L’edizione 2026 è andata in scena l'8 giugno all’Apple Park con un tagline — All systems glow — che per una volta era onesto: praticamente ogni annuncio brillava (è il caso di dirlo) di Apple Intelligence. Niente hardware sul palco, come da copione recente: questo è stato un WWDC dichiaratamente software-first, costruito interamente attorno all’AI.

Sullo sfondo, due anni di promesse non mantenute. Siri “personale”, annunciata in pompa magna nel 2024, era slittata, poi rislittata, fino a una causa class action chiusa con un patteggiamento milionario per funzioni pubblicizzate e mai arrivate. Insomma: Apple arrivava a questo keynote con un debito da saldare. E si vedeva.

I keynote “di raffinamento” di solito mi annoiano. Questo no, perché non era un anno di rifiniture: era un anno di resa dei conti. Apple non poteva permettersi un nuovo flop di Siri, e la tensione si sentiva anche nel tono — meno magia, più “guardate, questa volta funziona davvero”.

Siri AI: la star, con Google nel motore

Il pezzo forte. Siri AI non è più (solo) un esecutore di comandi vocali: diventa un assistente conversazionale vero, capace di tenere il filo di un discorso, leggere cosa c’è sullo schermo, e — qui sta il salto — pescare nel tuo contesto personale. Cercare l’indirizzo di un amico dentro i messaggi, recuperare un dato da una mail, incrociare eventi del calendario e app. C’è anche una app Siri dedicata dove puoi scrivere o parlare come faresti con un chatbot, con la cronologia delle conversazioni salvabile su iCloud.

Il dettaglio che fa alzare il sopracciglio: sotto il cofano non c’è (solo) silicio Apple. La nuova generazione di Apple Intelligence gira su Apple Foundation Models sviluppati “in collaborazione con Google”, con un modello Gemini custom da 1,2 trilioni di parametri, per una cifra riportata intorno al miliardo di dollari l’anno. Apple continua a girare le richieste tra on-device e Private Cloud Compute, ribadendo che i dati personali non vengono conservati né resi accessibili a nessuno, Apple inclusa.

Qui c’è una contraddizione quasi poetica. Apple ha costruito il suo intero racconto sull’“on-device” e sul “noi non siamo Google”. E ora Siri — la redenzione — gira su un modello Google. Capisco il pragmatismo — meglio Siri che funziona con il motore del vicino che Siri di casa che non parte — ma filosoficamente è uno strappo. Da utente attento alla privacy la domanda non è “Apple conserva i dati?” ma “dove finisce il confine tra on-device e cloud, e chi lo decide caso per caso?”. Aspetto i dettagli tecnici, non gli slogan.

iPhone 17 Pro con l’app Siri dedicata: una conversazione in stile chatbot sul Bosque de Chapultepec. La nuova app Siri dedicata, con conversazioni salvabili e sincronizzate via iCloud — Immagine: Apple

Liquid Glass, un anno dopo: si può abbassare il volume

Buone notizie per chi (come me) aveva trovato il Liquid Glass del 2025 bellissimo nei render e illeggibile nella vita reale. Apple cambia il look di default rendendolo meno trasparente e — finalmente — aggiunge uno slider di opacità per decidere quanto vetro vuoi davvero. Su macOS arrivano toolbar più uniformi tra le app, sidebar che arrivano ai bordi, raggi degli angoli delle finestre più stretti e icone rinfrescate.

Questa è la sezione che mi fa più piacere e che dice molto su Apple oggi. Hanno ascoltato. Il Liquid Glass era un caso da manuale di “design che vince le slide e perde sul campo”. Lo slider di opacità è un mezzo mea culpa elegante: non ammetti di aver sbagliato, dai all’utente la manopola per sistemare.

Prestazioni: il regalo (vero) ai vecchi iPhone

La parte meno glamour ma forse più concreta. Apple promette spinte importanti: fino al +80% sui trasferimenti AirDrop, caricamento più veloce dei messaggi in Mail e dell’avvio della riproduzione in Apple Music, app che si aprono fino al 30% più rapide, foto che compaiono nel rullino fino al 70% prima. E soprattutto: hanno rivisto lo scheduler della CPU per far sentire più reattivi anche i dispositivi più vecchi.

Il dato che conta davvero: nessun iPhone tagliato fuori. iOS 27 gira su tutti i modelli che supportano iOS 26, quindi da iPhone 11 in su si beneficia di tutto questo.

Questa per me vale più di metà keynote. Tenere vivo un iPhone 11 nel 2026 senza “frenarlo” via software è esattamente il tipo di longevità che predico da anni — la stessa logica per cui tengo in piedi una Fujifilm X-E1 del 2012 o un MacBook Air M2 spremuto all’osso e un iMac 27" del 2017. Meno e-waste, più valore nel tempo. Se i numeri reggono fuori dalle slide, è la notizia più “verde” della giornata.

iOS 27, iPadOS 27 e macOS Golden Gate

I nomi ufficiali: iOS 27, iPadOS 27 e — per il Mac — macOS Golden Gate (27), che segna anche la fine del supporto Intel: da qui in poi è terra di solo Apple Silicon. Search di sistema riscritto (Spotlight, Mail, Foto più stabili e veloci, con indicizzazione quasi immediata dei nuovi file) e gli album condivisi iCloud che finalmente girano a piena risoluzione, anche su Android e Windows.

“Golden Gate” è un bel nome, e il taglio di Intel era nell’aria da tempo: chiude un capitolo durato 20 anni. Da chi lavora ogni giorno su Mac, l’addio definitivo a Intel non è nostalgia, è igiene: una base sola da ottimizzare significa meno bug e più velocità. Gli album condivisi a piena risoluzione cross-platform, poi, è una di quelle cose piccole che useremo tutti senza accorgercene.

Un album condiviso in Foto chiamato “Aegean Adventure” su iPhone 17 Pro. Gli album condivisi iCloud passano alla piena risoluzione, anche su Android e Windows — Immagine: Apple

AirPods: l’equalizzatore, solo dieci anni dopo

Una delle richieste più vecchie del mondo Apple finalmente esaudita: gli AirPods avranno un EQ personalizzato. Niente più trucchi nascosti nelle impostazioni di accessibilità — un grafico con basse, medie e alte da regolare a mano, con waveform live per sentire (e vedere) il risultato in tempo reale e un tasto per tornare al tuning di default. Disponibile su AirPods 4, AirPods Pro 3 e AirPods Max 2 (quelli con chip H2), accessibile anche da iPadOS 27 e macOS 27.

Dieci. Anni. È la dimostrazione che Apple aggiunge una funzione “ovvia” solo quando ha deciso che è il suo momento, non quando la chiedi tu. Detto questo: la userò il primo giorno. Le mie orecchie hanno sempre trovato gli AirPods un filo troppo carichi sui bassi, e poter limare senza app di terze parti è esattamente il tipo di controllo fine che apprezzo.

iPhone 17 Pro accanto agli AirPods con la schermata di personalizzazione audio. Finalmente un EQ personalizzato per gli AirPods, direttamente dalle impostazioni — Immagine: Apple

Foto e creatività: Image Playground fotorealistico e Spatial Reframing

Apple porta la generazione di immagini fotorealistiche dentro Image Playground (prima era confinata a stili più “illustrati”). E arriva lo Spatial Reframing: cambiare posizione e angolo di una foto dopo averla scattata. Da notare, sul fronte trasparenza AI: il watermark nascosto applicato alle immagini generate è SynthID di Google.

Schermata di Image Playground con due astronauti su un deserto marziano, generati in stile fotorealistico. Image Playground ora genera anche immagini in stile fotorealistico — Immagine: Apple

Lo Spatial Reframing in azione: si cambia la prospettiva di uno scatto dopo averlo fatto — Video: Apple

Da chi fa fotografia “slow” con un 25mm a fuoco manuale, lo Spatial Reframing mi mette un po’ a disagio e un po’ incuriosisce. È l’ennesimo passo verso la foto come “materiale malleabile” più che come istante catturato. Non è la mia idea di fotografia — ma da strumento, riconosco che per chi lavora con contenuti social è oro. Sul watermark SynthID, invece, applausi: la tracciabilità del generato è una battaglia giusta, e che sia di Google poco importa se funziona.

Bambini e controllo genitori

Spazio inatteso ma sensato (visti i venti regolatori globali) per sicurezza e controlli parentali. Arrivano gli account per minori — obbligatori sotto i 13 anni, mantenibili fino ai 18 — con cui i genitori decidono chi il figlio può contattare via Telefono, FaceTime e Messaggi, quali app e siti può usare, con richieste di permesso per sbloccare un sito in Safari o scaricare un’app. Screen Time ridisegnato e limiti di tempo per app più granulari.

iPad con il prompt “Ask to Browse”: serve il permesso di un genitore per navigare un sito. “Ask to Browse”: il bambino chiede il permesso per ogni nuovo sito, su iPhone, iPad e Mac — Immagine: Apple

Da papà di due maschi (uno alle elementari, uno alle medie con il suo bel rapporto simbiotico con Minecraft) questa sezione l’ho guardata con occhi diversi dal solito. Le richieste di sblocco per singolo sito sono intelligenti: spostano il controllo dal “muro o niente muro” a una negoziazione. È esattamente il tipo di granularità che serve in casa. Vedremo se nella pratica è usabile o se diventa l’ennesima cosa che si configura una volta e poi si abbandona.

Lato sviluppatori: Xcode 27 apre le porte (anche alla concorrenza)

Qui la notizia più “pesante” per chi sviluppa. Xcode 27 integra agenti di coding di Anthropic, Google e OpenAI direttamente nel flusso di lavoro — si può costruire su Claude e Gemini accanto ai modelli Apple. Sul versante Siri, il cambio è strutturale: App Intents diventa obbligatorio come modo in cui Siri parla con le tue app, e SiriKit entra in deprecazione. Tradotto per chi pubblica app: se non esponi intent (o ne esponi di superficiali), per Siri sei invisibile.

Questa è la sezione che, da scout di software ITSM, mi interessa di più professionalmente. Apple che fa entrare Claude e Gemini dentro Xcode è un riconoscimento implicito: l’AI di coding non la vinci da soli, la integri. E il giro di vite su App Intents è il solito Apple — ti “consiglia” caldamente di adeguarti, e intanto ti mette una scadenza. Chi sviluppa farebbe bene a mettere mano agli intent ora, non a settembre.

Il convitato di pietra: in Europa, per ora, niente Siri AI

E qui arriva la parte che ci riguarda direttamente. Apple ha confermato che, a causa del Digital Markets Act, Siri AI non arriverà su iPhone e iPad nell’Unione Europea con il lancio di iOS 27 e iPadOS 27. (Anche la Cina resta inizialmente fuori, per motivi regolatori diversi.) Il resto del mondo la vedrà come beta più avanti nel 2026, inizialmente in inglese; per la versione “piena” — voci espressive, dettatura avanzata — servirà un iPhone 17 Pro / Pro Max o un iPhone Air.

Ecco perché il titolo. Vivo a due passi dal Brennero, in un territorio dove tre lingue convivono ogni giorno, e l’idea di un assistente conversazionale che non parla la mia lingua e non arriva nel mio mercato è, dal punto di vista pratico, un mezzo schiaffo. Si apre il solito dibattito: è Apple che usa il DMA come scusa per fare pressione, o è davvero l’Europa che si spara sui piedi a furia di regole? La verità, come sempre, sta nel mezzo — e a pagare il conto, nel frattempo, siamo noi utenti europei che il keynote l’abbiamo guardato sapendo che metà del menù non era per noi. Tornerò sull’argomento, perché merita un pezzo a sé.

La fine di un’epoca: l’ultimo saluto di Tim Cook

Cornice emotiva di tutta la serata: questa è stata, con ogni probabilità, l’ultimo keynote di Tim Cook da CEO. Il primo settembre passerà il testimone a John Ternus, attuale capo dell’ingegneria hardware — una scelta che, secondo molti, segnala un ritorno di Apple verso l’innovazione hardware. Cook ha chiuso con un saluto lungo e personale, dicendo in sostanza che gli eventi come questo sono stati tra i punti più alti del suo mandato e che “il meglio deve ancora venire”.

Cook non è mai stato il visionario carismatico — è stato l’uomo dei numeri, della catena di fornitura, della Apple da tremila miliardi. Lasciare il timone a un ingegnere hardware nell’anno in cui l’AI gira su un modello altrui è un messaggio nemmeno troppo sottile: la prossima frontiera Apple vuole giocarsela sui dispositivi, non solo sul software. Curioso (e un po’ significativo) che Ternus non sia nemmeno apparso sul palco. Il vero capitolo nuovo, forse, inizia a settembre.

“Alcuni dei momenti più belli del mio mandato da CEO sono stati eventi come questo. E con le straordinarie capacità che presentiamo oggi, e con tutto quello che deve ancora arrivare, credo davvero che il meglio sia ancora davanti a noi.”

Tim Cook, nel saluto conclusivo del suo ultimo keynote da CEO (WWDC, 8 giugno 2026)

Quando lo avremo

  • Beta sviluppatori: disponibili da subito (8 giugno) per iOS, iPadOS, macOS, watchOS, tvOS e visionOS 27.
  • Beta pubblica: prevista per luglio.
  • Rilascio al pubblico: in autunno, in concomitanza con l’iPhone 18 Pro.
  • Siri AI: beta più avanti nel 2026, in inglese, esclusa l’UE al lancio.

In sintesi (il mio verdetto)

Il WWDC 2026 è stato il keynote del “questa volta ci siamo davvero”. Apple ha messo al centro Siri, che doveva dimostrare di esistere, e l’ha fatto accettando un compromesso impensabile fino a ieri — Google nel motore. È stata una serata onesta più che esaltante: lo slider del Liquid Glass, l’EQ degli AirPods, la spinta ai vecchi iPhone, l’addio a Intel sul Mac sono tutte cose giuste, da azienda matura che ascolta.

Resta l’amaro in bocca europeo: la funzione-bandiera di tutto il keynote, da noi, al lancio non c’è. E resta la domanda di fondo, quella che mi porto dietro da utente Apple di lungo corso: Siri che funziona ma gira su un modello altrui è ancora “Apple”? La risposta, probabilmente, la scriverà John Ternus da settembre in poi.

E voi? Siri (quando e se arriverà) vi convince, o l’idea del Gemini sotto il cofano vi raffredda l’entusiasmo? Ne parliamo nei commenti — o sui soliti canali.


Fonti consultate per questo pezzo: keynote Apple WWDC 2026 (8 giugno), Engadget, TechRadar, AppleInsider, Bloomberg, Tom’s Guide, Popular Science. Le immagini ufficiali vanno prese dal press kit di Apple Newsroom (uso editoriale).